La biopsia tramite agoaspirazione è pericolosa? Ed è necessaria?

di Philippe Lagarde

Rispondere alla prima di queste interessantissime domande presenta qualche rischio. In effetti, questa domanda sta suscitando una polemica nell’ambiente scientifico.

Prima di tutto, occorre ricordare due punti importanti:

  • L’esame istologico è la tecnica più affidabile per identificare un tumore maligno. Ciò non è discutibile.
  • Ma l’esame istologico, come abbiamo visto, non è infallibile ed “autentiche cellule cancerose possono non presentare nessuna anomalia morfologica e quindi non possono essere distinte dalle cellule normali”.

Allora, un’agoaspirazione o una biopsia sono manovre che rappresentano, si o no, un rischio o un pericolo per il paziente?

Non si può mettere in discussione il fatto che l’esame istologico sia l’esame più attendibile, nonostante le sue carenze, per affermare una diagnosi di cancro.

Ma d’altro canto, non si può neanche mettere in discussione il fatto che la biopsia rappresenti un pericolo per il paziente. E ne spiegheremo le ragioni basandoci sempre sui lavori della ricerca fondamentale.

Pubblicato nel 1998 in Inghilterra e negli Stati Uniti, un fascicolo firmato David J. BOLLINS che tratta dei rischi incontrati durante le biopsie tumorali è stato bloccato dai radiologi e dagli oncologi, e quindi è passato inosservato nel mondo medico.

Portava le prove dei rischi legati a questa tecnica grazie all’inventario di centinaia di casi monitorati dopo biopsia per due anni. Le conclusioni sono inquietanti: mostrano da una parte che le biopsie non sono attendibili e d’altra parte che sono pure estremamente pericolose, provocando in numerosi casi ascessi evolutivi ed infiammatori, ed anche degenerazioni maligne di tessuti metaplastici.

La ricerca fondamentale ci ha fornito spiegazioni estremamente chiare .

Il sangue diffuso nella piaga operatoria dai piccoli vasi sezionati può essere tenuto responsabile dell’insediamento di cellule tumorali, causa di recidive (per fortuna queste cellule possono sopravvivere solamente due ore e se non sono riuscite a insediarsi, muoiono).

Inoltre, lo studio del sangue in circolo prelevato a distanza durante gli interventi ha permesso di scoprire cellule migranti nel 42% dei casi.
Queste prove irrefutabili mostrano l’importanza del trattamento neo-adiuvante, cioè prima, durante e dopo l’intervento chirurgico o la biopsia.

Con queste conclusioni, una moda attualmente in voga nel campo della chirurgia dei tumori sta crollando, quella del LINFONODO SENTINELLA.

Durante un’agoaspirazione o durante qualsiasi altro tipo di biopsia, viene automaticamente provocato un sanguinamento ed un ematoma a livello dei tessuti.

Ematoma significa morte delle cellule presenti nel sangue che esso contiene. Un fattore di crescita (PDGF) che si trova nelle piastrine viene quindi liberato.

Le cellule cancerose se ne potranno approfittare.
Peggio ancora, cellule in via di trasformazione (metaplastiche) avranno un’evoluzione accelerata verso il cancro.

A questo si aggiungono i fenomeni infiammatori (edema, calore, ipervascolarizzazione), che sono reazioni normali da parte dell’organismo ad una ferita.

Si sa d’altro canto che nei tumori iniziali, in particolare quelli presenti nei tessuti epiteliali (per esempio i tumori al seno ed al colon), il tessuto maligno rimane per un certo tempo separato dai vasi sanguigni da una membrana: la membrana basale.

Finché essa non viene attraversata dal tessuto tumorale, i rischi di metastasi non esistono.
Questo accade per esempio nel cancro al seno detto “in situ”.

Ebbene, un’agoaspirazione può distruggere questa membrana basale e provocare il passaggio delle cellule cancerose ed agevolare così la migrazione delle cellule metastasiche.

Infine, mentre si toglie l’ago alla fine di una biopsia, i tessuti sani presenti lungo l’ago possono venire contaminati.

Al giorno d’oggi, la maggior parte degli specialisti hanno finalmente ammesso l’inutilità di praticare le agoaspirazioni delle microcalcificazioni, e ciò rappresenta un certo progresso.

NOTA: MEUNIER M. e coll. “Diagnostic des lésions mammaires non palpables”. J. RADIOL. 76, 259-62

Cosa si deve pensare di una nuova tecnica di prelievo di tessuto chiamata biopsia con mammotome?

La tecnologia di base consiste nell’aspirazione tramite depressione (vuoto) ed utilizza un ago vuoto di 3 mm munito di un piccolo coltello cilindrico rotativo.

Si possono così prelevare più campioni adiacenti (carotages). Ciò ne migliora un po’ l’attendibilità.

Ma se si studia l’anatomia del seno e le lesioni multiple che possono coesistere, si capisce che questa tecnica non cambierà granché al problema della diagnosi precoce di tumori millimetrici non visibili tramite la radiodiagnostica tradizionale ed individuate solamente tramite l’ecografia ductoradiale.

Durante una biopsia, qualsiasi sia la tecnica utilizzata, i rischi esistono (tramite disseminazione o attivazione evolutiva), ciò è indiscutibile.

Ma ora ci si pone un’altra domanda, molto più importante, ossia se la biopsia è necessaria.


È necessaria la biopsia?

Sul piano giuridico, la risposta è si.
Sul piano medico e scientifico dipende dai casi.

A livello giuridico, un medico non ha il diritto di iniziare una terapia aggressiva senza prova istologica.

Se lo facesse e se per caso non si trattasse di un tumore maligno, si esporrebbe ad un’azione giudiziaria da parte del paziente e, in seguito, ad una condanna da parte dei suoi colleghi e del Consiglio dell’Ordine dei medici.

La pena può essere estremamente severa, fino alla radiazione ed alla prigione.

Questa legge ingiusta e ridicola spessissimo si ritorce contro l’interesse del paziente e, in una certa misura, ostacola talvolta il progresso nel trattamento del cancro.

Ma, in nessun caso, si possono biasimare i medici che rifiutano di eseguire un intervento chirurgico o una terapia anticancerosa senza prova istologica.

Sul piano scientifico e medico si incontrano vari casi possibili.

I motivi forniti dalla medicina accademica per imporre la biopsia sono i seguenti:

  • L’esame istologico è l’unico esame in grado di diagnosticare il cancro in modo sicuro. In principio è vero. Ma occorre essere cauti prima di generalizzare questo principio.
  • Come abbiamo detto, l’esame istologico non è infallibile.
  • Ma soprattutto è il prelievo stesso, la tecnica della biopsia, ad essere di un’attendibilità dubbiosa.
    In effetti, quante biopsie al seno tramite agoaspirazione sono tornate ad essere negative mentre c’era davvero un cancro?

    Molto frequentemente si può fare un prelievo in una zona dubbiosa e tirare fuori solo cellule normali, mentre c’è un tumore inframillimetrico.
    Il fatto di praticare il prelievo sotto ecografia migliora un po’ la tecnica ma diminuisce solo debolmente il rischio di falso negativo.
  • Quante volte l’anatomopatologo risponde in modo evasivo davanti ad un materiale prelevato insufficiente, o troppo emorragico, oppure troppo danneggiato?
  • Spesso la diagnosi è ovvia e non lascia spazio all’errore, se essa sta associando segni clinici, un aspetto macroscopico, radiologico e biologico che confermano la presenza di un tumore maligno.
  • L’esame istologico permette di stabilire una prognosi. È vero ma si può anche aspettare l’esame istologico del materiale operatorio che è in ogni caso più preciso e più attendibile.
  • L’esame istologico permette di definire il tipo di trattamento che sarà efficace. È vero ancora, ma ci sono dei “ma” anche qua.

È vero che il tipo istologico ci permette di sapere:

  • Se si tratta di un tumore radiosensibile: in quel caso dovrebbe rispondere in modo favorevole alla radioterapia (per esempio il cancro epiteliale al polmone, quello spinocellulare della pelle, il linfoma)
  • Se si tratta di un tumore chemiosensibile e/o ormonodipendente.

NOTE:
Spinocellulare: tipo istologico di tumore della pelle e delle mucose molto sensibile alla radioterapia.
Linfoma: tumore del tessuto linfoide che costituisce gli organi linfoidi (milza, linfonodi, tonsille, ecc.)

Il primo “ma” è legato al fatto che questi due punti possono essere individuati senza problema e pure in modo più preciso dopo intervento.

Non sono quindi motivi validi per imporre la biopsia.

Il secondo “ma” è ancora più imbarazzante per i sostenitori della biopsia sistematica. Essi sostengono che non possono iniziare un protocollo di chemioterapia senza conoscere il tipo istologico o l’origine del tumore madre (quando ci sono metastasi).

E così si vedono pazienti recarsi da un esame all’altro, e questo per due o tre mesi, senza ricevere nessun trattamento!

Questo è uno scandalo che dimostra ancora una volta che la nostra medicina è talvolta ottusa. In effetti, non occorre essere un genio per rendersi conto che il numero di prodotti chemioterapici a nostra disposizione è limitato.

La maggior parte dei tipi di cancro rispondono più o meno a tre o quattro grandi prodotti e quindi è possibile costruire un protocollo “a largo spettro”. Esso coprirà la maggior parte dei casi, e permetterà di contenere l’evoluzione della malattia.

Ricordatevi che la perdita di due mesi rappresenta un tempo enorme: quasi il tempo necessario al raddoppiamento del numero di cellule in una lesione!

Un protocollo polivalente consiste per esempio nell’associazione tra Platino, 5 Fluoro-uracile e Bleomycine o Vepecide.
È efficace nel caso di cancro all’ovaio, al polmone, all’intestino, alla zona ORL, al pancreas, alla vescica, al rene ed al seno.
In seguito, si farà sempre in tempo a precisare ed adattare il protocollo secondo dati più precisi.

Sul piano strettamente scientifico, potremmo spesso evitare la biopsia.
Ma in certi casi, questa biopsia è auspicabile.

Talvolta, il dubbio è alto riguardo alla malignità, in particolare per recidive locali o a distanza.
Se c’è sospetto di linfoma, è molto importante poterlo diagnosticare perché l’intervento chirurgico è spesso contro indicato.

Ci sarebbe tuttavia una soluzione che soddisferebbe tutti quanti: la Biopsia estemporanea.


La biopsia estemporanea

Si tratta di un esame istologico eseguito in sala operatoria all’inizio dell’intervento.

Il chirurgo effettua un prelievo che ha il vantaggio di essere di buona qualità e l’anatomopatologo presente nella sala operatoria lo esamina subito.

A seconda della sua analisi, il chirurgo decide il tipo di intervento da praticare.
Naturalmente, questo esame istologico non è attendibile come lo sarebbe un esame eseguito sul materiale anatomico intero, fissato e tagliato in “tranches” successive.

Ma è più attendibile (e di molto) di una biopsia tramite aspirazione, qualsiasi sia la tecnica usata (agoaspirazione, “carotage”, con il mammotome).

Ma purtroppo, alcune circostanze impediscono che questa tecnica diventi una tecnica di routine.

In effetti, per la scarsità di specialisti e sicuramente per motivi di ordine economico, non è possibile per tutti gli interventi convocare in sala operatoria un anatomopatologo con tutto il suo materiale.


In conclusione  cosa bisogna fare?

Se non si può eseguire la biopsia estemporanea, a causa della legislazione attuale e dell’onnipotenza del sistema medico in vigore nella maggior parte dei paesi industrializzati, si deve accettare la biopsia.

Ma si deve tentare di diminuire al massimo i rischi. Come?
Innanzitutto, occorre fare in modo che la data dell’intervento operatorio sia il più vicino possibile a quella della biopsia.

15 giorni di intervallo sono già troppi.
È consigliabile fissare la data dell’intervento prima di decidere la data della biopsia e non il contrario.

Occorre evitare ogni manipolazione intempestiva della zona tumorale (palpazioni ripetute o troppo violente, per esempio durante esami come la mammografia).

Poi occorre trovare un medico (di medicina generale, non chirurgo) che accetti di far fare al paziente una preparazione di copertura prima della biopsia.

Cominciare la cura prima della biopsia rimane la soluzione meno dannosa, o con un’adatta chemioterapia per via orale, o con un trattamento anti-ormonale o con gli antagonisti dei fattori di crescita.

Esistono altre sostanze che hanno un ruolo protettore ma che vengono anch’esse scartate. Utilizzate bene, esse sarebbero estremamente utili in copertura delle biopsie ed interventi chirurgici.

È vero per esempio per la vitamina A e per i retinoidi (molecole estratte dalla vitamina A) e per certe sostanze ricavate dalla fitoterapia (Terapia basata sull’utilizzo delle piante).

L’utilizzo degli antagonisti dei fattori di crescita, chiamati anche antifattori di crescita, può essere considerato come una forma di cura biologica in tutti i sensi.

Così, la Suramine, prodotto impiegato per il trattamento della malattia del sonno africana, è un antagonista (ossia che si oppone) dei fattori di crescita. Essa agisce sia a livello del fattore di crescita delle piastrine (PDGF) che dei fattori di crescita dei fibroblasti (FGF) ed insuline-like (IGF-1).

Occorre però sottolineare che questo prodotto ha una tossicità accertata e che occorre manipolarlo con cautela. La ricerca comincia anche a fornirci anticorpi monoclonali diretti contro i fattori di crescita.

Condividi l'articolo

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su email

Ti consiglio anche:

Chi è il Dr. Lagarde

Philippe Lagarde è un rinomato medico specializzato in oncologia, conosciuto in tutto il mondo per le sue idee e tecniche innovative di applicazione delle cure per il cancro e dal suo immenso impegno sociale verso le persone affette dalla malattia.

Ultimi Articoli

Il mio ultimo Libro

IL LIBRO D'ORO DELLA PREVENZIONE

Difendere la salute con gli integratori alimentari e le vitamine

Categorie Articoli